Era l’alba del 17 novembre 1941; un mattino freddo e piovigginoso. Stavo in dormiveglia disteso sulla mia brandina da campo nella mia tenda, quando d’improvviso colpi di artiglieria, sempre più frequenti e più vicini, mi svegliarono completamente.
Balzai dalla mia branda e andai fuori. Il deserto sembrava illuminato da bagliori di fuoco, laggiù dove partivano i colpi, e su tutta la linea sembrava un rosso incendio.
Ad un certo momento una granata di medio calibro centrò la nostra cucina mandandola in frantumi. I colpi si susseguivano sempre più fitti, e qualche altro scoppiò nell’attendamento dei nostri soldati.
Qua e là nostri soldati spauriti si rincorrevano senza meta. Il caso volle che proprio in quel giorno mancassero gli ufficiali di quella compagnia: il maggiore, il comandante che risiedeva presso la compagnia, era stato convocato il giorno prima al comando superiore. I subalterni di quel reparto erano pure assenti: uno era partito molto presto con lo S.P.A. (autocarro leggero allora in dotazione all’esercito) per la spesa viveri; L’altro era in viaggio dalla sera prima per i magazzini generali a prelevare vestiario.
Del capitano comandante, un ometto da poco richiamato, nessun segno di vita. Si seppe poco dopo che una granata aveva centrato la sua tenda e lo aveva fatto secco.
Senza ufficiali
Sicché’ in quel momento così drammatico ci trovammo sul posto solo in due ufficiali, il tenente medico Alfonso Usai di Cagliari e il sottoscritto. Anzi, solo il sottoscritto appartenente all’arma combattente, essendo allora aiutante maggiore del battaglione, residente presso quella nostra compagnia.
Così di botto mi resi conto che in quel frangente la responsabilità dei soldati ricadeva tutta sulle mie spalle. Non ci pensai’ su due volte. Dissi al dottore: “Dammi una mano”. Radunai in fretta i soldati, che brancolavano qua e là senza meta.
Intanto l’artiglieria aveva allungato il tiro. Poco dopo vedemmo avanzare verso di noi un grosso pattuglione che procedeva guardingo, con cautela, con fucile alla mano. Saranno stati una sessantina e, dai caschi, mi sembravano sudafricani.
Ci schierammo e aprimmo il fuoco. Vidi qualche soldato in testa al pattuglione afflosciarsi. Il pattuglione ondeggiò un attimo, poi fece un brusco dietro-front; avanzarono i carri armati.
Dissi allora ad Usai: “Prendi il grosso del reparto e portati a nord, verso quel caposaldo d’artiglieria – che con i suoi pezzi da 88 contrastava efficacemente l’avanzata nemica – Io sto in retroguardia a proteggerti le spalle”.
Mi recai dapprima alla nostra tenda-comando di battaglione, dove risiedeva il nostro ufficio. Lì raccolsi in fretta i documenti più importanti, me ne riempii tutte le tasche della sahariana ed uscii fuori: con i pochi soldati rimasti con me iniziai a ripiegare.
Ventre a terra
Avevo di poco oltrepassato la periferia del nostro accampamento, quando spuntarono quattro carri armati che circondarono l’accampamento. Noi fermi a terra per non essere visti. Dalla torretta di uno vidi spuntare una testa che scrutava il nostro attendamento ormai abbandonato. Mi misi in ginocchio e su quella testa puntai il mio fucile. Un colpo violento mi abbassò la canna e sentii una voce alle mie spalle: “E’ pazzo, tenente? Ci tira addosso quei carri e ci mettono tutti sotto i cingoli!”.
Il soldato che aveva detto questo aveva ragione. Allora tutti, strisciando ventre a terra, ci allontanammo in direzione del nostro reparto che già era molto avanti. Avevano percorso circa due chilometri, quand’ecco spuntare dei caccia inglesi che cominciarono a mitragliare dall’alto. Buttati a terra, distinguevamo gli spitfires (un tipo di aerei da combattimento allora in uso) inclinarsi, scendere in picchiata e mitragliare. Riprese anche l’artiglieria, che per un momento aveva fatto silenzio.
Fui spettatore dell’assedio di Bardia.
Una colonna di carri
Una colonna lunga di carri venne dal deserto e chiuse in una morsa quella piazzaforte, da noi distante circa quindici chilometri. Altre ancora arrivarono e andarono in direzione di Tobruk: una investì una compagnia del mio battaglione che con altri reparti si trovava nella zona e dopo venti minuti di fuoco la mise a tacere.
I pezzi da 88 di quel caposaldo italiano ora tacevano; pensai che fosse stato colpito. Piovigginava, il cielo era pieno di nubi, faceva freddo. Non sapendo più come difenderci da tutti quegli attacchi, su quel terreno sabbioso, piatto, senza appigli di sorta, escogitammo di metterci “in sepoltura”: almeno così facendo si poteva essere protetti dalle schegge che ci piovevano attorno. Se poi si era colpiti in pieno, allora buona notte!
Così iniziammo con le baionette a scavarci una buca. Dopo un’oretta potevamo stare tutti sotto il livello del terreno. Guardavo frequentemente il cielo, sempre così annuvolato, a piovere; una pioggia sottile e penetrante.
Se almeno uno scorcio di cielo si fosse aperto, verso sera qualche stella ci avrebbe guidato. Nel deserto, infatti, ci si perde con una facilità incredibile, in questa distesa di sabbia che confina con la calotta del cielo, sempre eguale, piatta, uniforme, senza alcun punto di riferimento. Ed eravamo sprovvisti di bussola.
Dopo un giorno, così lungo, tra scoppi di granate e mitragliamenti, noi digiuni ed assetati, venne liberatrice la sera. L’artiglieria e i mitragliamenti tacquero. E finalmente uno squarcio di cielo. Vedemmo la stella polare ed una gioia senza limiti si impadronì di noi. Uscimmo dalle nostre tane e, sempre guardando la stella, ci incamminammo verso nord. Percorremmo una trentina di chilometri e si raggiunse il mare. Stanchi da morire e non sapendo che pesci pigliare, ci buttammo a terra e cercammo di dormire, aspettando il giorno.
Il mattino dopo
Venne il mattino. Tutto silenzio, non un’anima viva attorno a noi. Il grosso del nostro reparto? Avevamo perso il contatto ancora il giorno prima. Bardia era lontana da noi solo quindici chilometri, assediata. Non conoscevamo la situazione generale. Decidemmo di prendere la via di Tobruk e ci incamminammo, pieni di fame e di sete.
Scorgemmo ad un certo momento un grosso tendone dinanzi a noi. Ci avvicinammo; io e due soldati entrammo, gli altri rimasero fuori a guardia. Mi ricorderò sempre quegli occhi che si puntarono su di noi. Dentro saranno stati sette o otto gli arabi che ci guardavano: occhi nerissimi, che mandavano lampi pieni di odio. In Cirenaica in quell’epoca gli Arabi, sobillati dagli inglesi, erano insorti contro gli italiani: ecco il perché’ di quel manifesto odio.
Chiesi loro se per caso da quella parte avevano visto reparti italiani. Il capo cabilla mugugnò di no.
Lasciato il tendone, proseguimmo. Incappammo in un agglomerato di capanne, un villaggio arabo. Lì avemmo la fortuna di racimolare molte galline, che pagammo assai salate. Spennati i polli, li mettemmo a bollire in un pentolone di fortuna. Ci liberammo così dai morsi più duri della fame.
Un cane in festa
Verso sera si arrivò ad una casermetta, posto di blocco dei CC.RR., abbandonata. Ci venne incontro un cane che, con mille guaiti, ci fece una grande festa: da come ci guardava, mi sembrava che i suoi occhi avessero un’espressione umana. Facendo salti di gioia ci accompagnò dentro. Dentro lo stanzone interno, un disordine infernale, come di chi avesse lasciato precipitosamente quell’abitato: coperte alla rinfusa, barattoli, tazze, gallette in quantità e anche taniche piene di acqua fresca. Ci fermammo lì a dormire quella notte, dopo esserci sfamati con tutto quella roba ed aver bevuto abbondantemente acqua fresca.
Verso il mattino una camionetta saettò vicino a noi. Spianammo i fucili, quand’ecco sulla fiancata ci apparve una grande croce di biacca bianca (che contrassegnava i mezzi catturati dagli italiani).
Prime notizie
Scese un tenente del servizio informazioni italiano. Ci avvicinammo e lo portammo a conoscenza della nostra situazione e delle nostre intenzioni. Ci disse che il giorno prima una grossa colonna di carri proveniente dal deserto aveva spezzato il nostro assedio di artiglieria su Tobruk e si era ricongiunta con gli assediati di Tobruk stesso. Ci disse ancora: “Io mi ritiro a Bardia.”
“Ma Bardia si trova assediata da ieri!” rispondemmo noi. E lui: “Dalla parte della costa è libera e vi si può entrare.”
Così montammo tutti assiepati sulla camionetta, e avanti lungo la costa verso Bardia. Percorsi pochi chilometri il terreno diventò impraticabile; allora abbandonammo l’automezzo e andammo avanti a piedi, per vari chilometri.
Ad un certo momento scorgemmo le fortificazioni di Bardia. Issammo allora dei fazzoletti sulle canne dei nostri fucili, facendo segnali. Dopo una buona ora spuntò davanti a noi un caporale maggiore. “Ero incerto – ci disse – che foste italiani. Vi avevo scambiati per inglesi e stavo per aprire il fuoco su di voi.” Così assieme al caporale maggiore si raggiunse la piazzaforte di Bardia.
Fucilazione!
Mi presentai al colonello comandante in capo del genio militare di Bardia. Mi aggredì con queste parole: “Fucilazione, fucilazione!” In guerra ricorrevano molto di frequente a queste parole. Feci un rapporto molto dettagliato degli avvenimenti e di quello che ci era accaduto. Il colonello ammutolì. Divenuto buono buono, mi disse: “Ieri l’altro avevo mandato gli autocarri a prelevarvi. Ma appena spuntati sul ciglione sono stati presi a cannonate e hanno dovuto tornare indietro.
Io, con i miei soldati, fui aggregato alla Quinta Compagna del Genio di Bardia. Così ebbero inizio quei nostri quaranta giorni, chiusi in quella piazzaforte. Lì trovai il dottor Usai, che aveva raggiunto la piazzaforte con il grosso del reparto la sera prima, e ci raccontammo la vicenda.
Campi minati
Il secondo giorno dopo il mio arrivo fui chiamato dal comando superiore del Genio e fui designato all’esecuzione di campi minati. Di volta in volta veniva comunicato in doppia busta chiusa quale caposaldo era da fortificare, il numero di file di mine, la distanza tra fila e fila e l’interasse che doveva avere ciascuna. Le mine erano le B2 anticarro, allora in dotazione al nostro esercito: scattavano a pressione, tarate da due molloni laterali. I soldati mi dovevano essere forniti da un altro reparto, dato che quelli del mio erano tutti impegnati altrove.
Partii dunque nella tarda notte con i Lancia Ro’ carichi di mine. Arrivai a quel reparto e mi presentai al capitano comandante. Mi disse che gli uomini erano appena rientrati ed erano molto stanchi. Comunque quello era l’ordine e doveva essere eseguito.
Quando vidi quei soldati mi caddero le braccia. Erano uomini distrutti dalla fatica, a malapena si reggevano in piedi; in più, erano totalmente digiuni di campi minati.
Ormai non c’era più tempo da perdere, bisognava agire. Caricai dunque gli uomini sui Lancia Ro’ e mi recai a quel caposaldo. Una volta giunti davanti al luogo dell’opera, accompagnati dallo stesso comandante, divisi gli uomini in squadre. Affidai una squadra al sergente maggiore, per eseguire un filare di mine; per gli altri due filari presi il resto con me. Spiegai dettagliatamente al sottufficiale il da farsi.
Iniziammo. La notte era tremendamente buia, non ci si vedeva un bel niente e faceva un gran freddo. Mi diedi da fare per tutta la notte.
Che buche!
Verso l’alba, cosa mai vidi! Rimasi allibito. La squadra del sergente maggiore aveva scavato buche informi, circolari e profondissime, non un parallelepipedo di circa m. 1,20 x 0,30 x 0,25. Per di più, queste buche informi erano a volte estremamente lontane, a volte vicinissime l’una dall’altra.
Non ci vidi più, avevo i nervi a fior di pelle e persi le staffe. Presi il sottufficiale per il collo e lo strinsi forte. Lo sentii dire: “Ho moglie e tre figli!” Mi pentii subito di questo insano gesto. Rimasi sul posto a riparare quelle malefatte; dopodiché, sotto il tiro dell’artiglieria che aveva già cominciato a sparare, rientrai.
In giornata mi recai al comando del Genio e feci rapporto dell’accaduto. Imputai la colpa al comando: “Non si può mandare uno ad una compagnia qualsiasi, nel cuore della notte, a prendere soldati stanchi morti, fuori da tre giorni senza cibo, per di più completamente digiuni a questo genere di lavoro!” E aggiunsi: “Gli uomini devono essere addestrati di giorno, e per i campi minati devono essere sempre quelli.”
Mi ascoltarono. Così iniziò l’addestramento sui campi minati. Presi un cordino telefonico sul quale annodai un picchetto ogni due metri: una volta teso il cordino, ogni picchetto veniva a segnare la mezzeria della mina da collocare. Due spanne era la larghezza, una spanna e mezzo la profondità dello scavo.
Lavoro imparato
Le cose andarono assai meglio di seguito. Ci si recava al caposaldo designato, si tirava il cordino. I filari di mine da collocare erano di solito tre, organizzati a scacchiera. Il lavoro era a catena: chi scavava, chi collocava nella buca la mina, chi la innescava, chi la copriva. Ad opera finita, nel massimo silenzio, si faceva ritorno sui Lancia Ro nel proprio reparto.
Il Genio Minatori aveva anche un bel compressore. Alla base di uno strapiombo di roccia dello spessore di quaranta metri si attaccò a forare. Si fece un’entrata a baionetta cui seguirono due diramazioni, una a destra e una a sinistra. Creammo in tal modo due poderose nicchie dormitori, una per i soldati e una per gli ufficiali. All’esterno conservammo solo la baracchetta della mensa.
L’infermiere
Ricordo il nostro infermiere, un ragazzo rossiccio di capelli, simpatico e molto servizievole: me lo vedo ancora adesso a ciabattare davanti alla mensa. Mi aveva preso molto in simpatia. Verso la sera di un certo giorno, l’artiglieria non finiva più di sparare. Egli era fuori del nostro rifugio, non so cosa facesse. Una granata gli scoppiò vicino ed una scheggia lo colpì alla testa.
Lo vidi cadere a terra, mi precipitai fuori, lo raccolsi e lo portai dentro. Arrivò anche il furiere a darmi una mano. La sua testa mi penzolava sulle spalle e grumi di cervello mi colavano lungo la schiena. La sua faccia era sfigurata. Lo depositammo per terra: era morto sul colpo.
Nei giorni che seguirono l’artiglieria continuò a picchiare sulle nostre fortificazioni, e l’aviazione nemica a mitragliare e sganciare bombe. In quei giorni mai si videro i nostri apparecchi: l’unica nostra difesa dagli attacchi dal cielo la faceva, anche in maniera assai efficace, una mitragliera da 20 millimetri, che talvolta riusciva persino a tirare giù qualche velivolo. Un brutto giorno i caccia si accanirono contro quella mitragliera e sganciarono tante bombe fino a metterla a tacere.
Acqua di piombo
Ora gli aerei nemici dominavano incontrastati il cielo di Bardia. I viveri scarseggiavano e l’acqua era razionata nella misura di due litri a testa al giorno: un’acqua dura che sapeva di sale; sembrava di bere piombo. I pozzi a Bardia risentivano infatti dell’inquinamento marino.
Ogni tanto un nostro sommergibile riusciva a sfuggire tra le maglie della sorveglianza capillare inglese e ad arrivare fino a noi con viveri. Per noi quella era una festa.
Magna gati
La nostra compagnia aveva creato una squadra per dare la caccia ai gatti, rimasti numerosi dopo che i civili se ne erano andati via. Questa squadra era comandata da un caporale maggiore. Ogni tanto si vedeva spuntare sulla testa di un nostro soldato un nuovo copricapo di pelo: allora sapevamo che un gatto era stato ucciso. Ho mangiato anch’io di quella carne: non pensandoci si potrebbe credere di mangiare carne di lepre. È una carne appetitosa: sa di selvatico, ma, lasciata una notte al freddo, quel sapore di selvatico se ne va.
La nostra artiglieria poteva colpire fino a 8-9 chilometri mentre quella nemica, dotata di calibri più potenti, poteva colpire bersagli fino a 15-17 km. Pertanto, poteva stare tranquillamente al di fuori del nostro tiro e sistematicamente annientava le nostre opere. Dopo giorni e giorni di questo carosello i nostri fortini erano ridotti a brandelli.
Provvidenza
Una certa notte ero appena rientrato dai lavori su un campo passai alla baracca-mensa, dove c’era la mia solita magra cena: una scatoletta di carne e una galletta. Chissà perché’, invece di mettermi seduto a mangiare come al solito, quella notte intascai il tutto e me ne andai al rifugio. Avevo appena raggiunto il portale che una bombarda centrò in pieno la mensa. Un attimo prima c’ero dentro io. Ancora adesso medito su ciò e non trovo spiegazione, se non in un avvertimento della provvidenza.
Il varco
Verso il 15 dicembre, soldati sudafricani preceduti da un comando australiano riuscirono a crearsi un varco tra i nostri capisaldi e a penetrare. Il nostro battaglione di manovra scattò fulmineo all’attacco: era formato da soldati scelti e comandato da un ardito maggiore. Dopo alterne vicende australiani e sudafricani vennero respinti. Ma il battaglione di manovra aveva lasciato sul terreno circa il sessanta per cento dei suoi effettivi. I commandos australiani erano formati per lo più da ergastolani usciti dalla patria per combattere. Erano assai coraggiosi, ma aggressivi e sanguinari in combattimento.
Natale di fame
Si arrivò a Natale. Un Natale triste, pieno di fame.
Si arrivò all’ultimo giorno dell’anno. In quella tremenda notte l’artiglieria attaccò con accanimento, sia dal mare che dal deserto. La marina inglese sparava con i suoi micidiali cannoni da 38. Bardia era un inferno di ferro e di fuoco.
Quella notte io dovevo uscire. L’obiettivo era la strada all’Al Faia: al di fuori di quel caposaldo avanzato dovevo mine anticarro. Potevo scegliere l’ora, purché’ a mezzanotte avessi compiuto il mio lavoro. Stavo sul portale del mio rifugio e non sapevo decidermi. Fuori i Lancia Ro, carichi di mine B2, attendevano.
Sotto le bombe
Vennero le otto. Le otto e mezza. Non potevo più attendere. Chiamai i soldati e mi buttai fuori, pensando tra me e me: “questa è la volta buona. Che Iddio ci protegga”. Salimmo sugli automezzi e partimmo. Superammo il ciglione senza incidenti e continuammo per la piana. I colpi arrivavano da tutte le parti, da destra, da sinistra, davanti, di dietro. Si raggiunse miracolosamente il fortino che faceva fronte all’Al Faia. Il tenente che lo comandava mi disse: “vedi questi preparativi: questa notte gli inglesi attaccheranno certamente in forze”. Lui era pronto con le mitragliatrici spianate in attesa dell’attacco. Uscimmo in perfetto silenzio, ognuno ormai sapeva quello che doveva fare.
Ventagli di mine
Laggiù all’orizzonte brillava il luccichio degli spari d’artiglieria. Ad un certo momento percepii sulla mia destra un rumore sinistro. Pensai che avessero attaccato i nostri capisaldi. Avevo minato la strada, terminando sulla parte estrema con due ventagli che si aprivano sul deserto. Finimmo il nostro lavoro, e in perfetto silenzio raggiungemmo i nostri Lancia Ro. Salimmo e percorremmo la piana, sotto i colpi delle bombarde; raggiungemmo illesi il ciglione, e, presa la strada di Bardia bassa, si raggiunse il rifugio con enorme sollievo.
Entrai nella nostra tana e … chi ti vedo? Il nostro parto, inginocchiato davanti all’icona di San Gennaro, che pregava con intenso fervore: sembrava più di là che di qua. Doveva essere terrorizzato. Lo chiamai ed egli, con una voce fioca, mi bisbigliò: “Sei tornato?”. E si rimise intensamente a pregare.
Sfinito per la stanchezza e la tensione nervosa mi buttai sul mio giaciglio e caddi in un sonno di piombo. Alle quattro e mezza circa di mattina fui svegliato bruscamente: “Allarme! Allarme!” sentii gridare.
Arrivano gli inglesi
Mi alzai di botto e uscii: incendi, scoppi di polveriere, pozzi che saltavano per aria. Gli inglesi erano penetrati in Bardia e quindi bisognava distruggere ogni cosa, affinché’ non cadesse in mani nemiche. Poco dopo un motociclista, giunto dal comando, ci consegnò una busta sigillata con dentro un ordine: PORTARSI SUL CIGLIONE E DIFENDERSI DAL NEMICO.
Così infatti si fece. Laggiù, tra fumo e spari, si intravedevano appena camionette che saettavano. Ci schierammo e all’impazzata ci mettemmo a sparare. Dopo mezz’oretta arrivarono due carabinieri recando un ordine scritto di cessate il fuoco, poiché la piazzaforte si era arresa.
Prigionieri
Ci incolonnarono tutti e ci portarono sulla piazzetta dove era il nostro comando superiore. Mi ricordo che un capitano canadese ci disse: “Orologi e denaro, fateli sparire. Attenti agli australiani: quelli sono mezzi ubriachi, vi rapinano.”
Appena venne giorno la nostra colonna, di prigionieri, si mise in marcia. Faceva freddo, piovigginava. Ripassammo sul posto dove, otto ore prima, avevo collocato le mine. Vidi due autoblinde saltate per aria nella zona del ventaglio.
Girando poi a destra, prendemmo la via del deserto. Andammo avanti faticosamente per ore. Ad un certo momento, alt. Ci misero dentro un reticolato in mezzo al fango. Ci diedero gallette e tè, e pernottammo. Fu la notte più lunga della mia vita.
Non veniva mai giorno. In mezzo al fango io e il capitano, a turni di due ore, ciascuno seduto sul nostro zainetto, si faceva da spalliera l’uno all’altro. Era un tormento, non potersi distendere: altrimenti si finiva nel fango.
Pioveva, pioveva, e non spuntava mai l’alba. Mi sembrava che, se avessi potuto avere una brandina, avrei fatto la conquista più grande del mondo. Lassù in alto si vedevano i bagliori d’artiglieria del passo Al Faia. Il passo teneva ancora duro. Cadde il 5 gennaio 1942.
Valentino Andrich
Pubblicato su l'”Amico del Popolo” in quattro puntate (n.4 del 25/1/1986; n.5 del 1/2/1986; n.6 dell’8/2/1986 e n.7 del 15/2/1986)

