Così a maggio, dopo aver scontato nel campo di Derhadun i 28 giorni di Galabus, venni trasferito all’ala n. 1, dove soggiornai all’incirca un mese. Un giorno gli inglesi radunarono tutte le persone considerate pericolose, e tra queste i fuggiaschi. Ci impacchettarono e ci trasferirono nei campi di Yol.
Questi campi si trovavano in una zona remota, in alto, ai piedi dell’Himalaia.
Una mattina, dopo che il treno ebbe superato una stretta valle, d’improvviso si pararono davanti a noi dei picchi altissimi, ammantati di neve. A vedere quelle cime il mio cuore sussultò di gioia: non vedevo montagne e neve da anni. I montanari possono ben capire il mio stato d’animo.
Yol, Himalaya
Si giunse finalmente alla nostra destinazione coatta.
Era questa una tetra landa, una immensa pietraia di sassi e terra che saliva a gradoni verso l’alto, con accanto un’enorme frana, caduta da quelle montagne chissà da quando. Su questo ghiaione era fondata la città di Yol: una città lugubre, fatta solo di baracche di legno, per ospitare prigionieri.
I campi, affiancati l’uno all’altro e separati solo da strade di accesso che correvano in lungo, erano quattro. Ogni campo era formato da cinque recinti, chiamati ali. Là dentro hanno abitato i prigionieri italiani da tre a cinque anni: tutti ufficiali dai 20 ai 60 anni, catturati sui fronti della Grecia, Albania, Africa settentrionale e orientale; di tutte le regioni italiane; con il grado che andava da sottotenente fino a colonnello.
Al di sopra dei campi fronteggiava il comando inglese, con le sue guardie, gli ospedale ed il cimitero.
Fui designato all’ala 5 del campo 27 e ci rimasi fino al giorno del mio rimpatrio. Al di sopra del mio campo, molto più a nord, si vedevano catene di montagne che si alzavano sempre di più, raggiungendo quote di oltre i 5000 metri. Erano queste i contrafforti dell’Himalaya.
Il campo
Rimasi tre anni in quel recinto (ero stato catturato fra gli ultimi, il 2 gennaio 1942). Nei quattro campi c’ere un totale di 12.000 ufficiali.
Le baracche nelle quali si alloggiava erano tutte allineate e poste all’incirca 15 metri l’una dall’altra; sul davanti e a tergo c’era il posto per gli orti ed una strada longitudinale nel mezzo. Le baracche erano costruite in tavole, ognuna tramezzata in cinque stanze, nelle quali si dormiva noi in numero di sei per scomparto. Si iniziò fin dai primi giorni a formare gli orti: si seminò insalata, si piantò pomodori e si coltivarono fiori. Bisogna pensare che in quei luoghi la terra è vergine esviluppa subito in maniera vertiginosa qualsiasi cosa: tutto nasceva subito econ grande rigoglio.
Man mano che il tempo passava arrivarono da casa libri di scuola, testi vari, una miriade di romanzi. Dopo un paio d’anni di permanenza c’era una valanga di libri.
Intraprendenza italiana
Cominciò l’allevamento dei conigli. Qualcuno arrivò a disporne fino a 20. Nei campi insomma c’era un tale fervore di attività da non poter immaginare. Chi faceva scarpe, stivali, macchinette accendisigari; chi ritagliava vestiti, chi riparava gli orologi, chi faceva il lattoniere, chi lavori in ferro battuto. Circa un migliaio si sono improvvisati pittori, eseguendo dei quadri bellissimi che poi spesso vendevano agli inglesi. Altri ancora producevano liquori con alambicchi, ricavati con bucce di patate e banane e spesso quando uscivamo, li vendevano agli indiani. Nei nostri campi c’era anche chi faceva il commerciante e perfino l’usuraio. Insomma, alla propria maniera, ognuno s’era sbizzarrito secondo la propria vocazione. Tutti i campi erano diventati dei piccoli cantieri di lavoro, di opere artigiane. Là ho potuto capire la creatività e l’estro veramente straordinario di noi italiani.
Gli inglesi incoraggiavano tutto questo e ne erano stupiti. Un giorno un loro alto ufficiale esclamò: “Questi italiani hanno davvero inventiva!
Si era creata anche una banda di strumenti musicali. Un giorno ebbe il permesso di uscire e diventò celebre suonando in giro per l’India. Nel campo vicino al nostro si era pure creata l’università con veri professori docenti universitari, che funzionò fino al termine della prigionia.
Veniva stampato, inoltre, il giornale di campo.
Pastasciutta
Una volta alla settimana, alla mensa, veniva servita la pastasciutta, naturalmente senza formaggio. Per fare gli spaghetti bisognava però fare il volontariato. In genere si prestavano a ciò i subalterni, a cui veniva concessa una doppia razione. Il procedimento era laborioso. Si usava uno stangone di legno, che veniva attaccato all’estremità al soffitto della baracca, un pistone, un cilindro cavo con tanti piccoli fori periferici e sul fondo. Si metteva la pasta preparata precedentemente nel cilindro, si montava indi su quello stangone che fungeva da leva, si chiamava il colpo ‘alè – op” e la pasta, schiacciata dentro il cilindro, usciva sottoforma di tondi vermicelli.
Gli inglesi favorivano, anzi spronavano ogni nostra attività, anche se erano di natura dei taccagni.
Manutenzioni
Io ho fatto per quasi due anni l’ingegnere di campo (così i britannici chiamavano pomposamente il capomastro addetto al minuto mantenimento del campo). I miei lavori consistevano semplicemente nel riparare le nostre baracche, le stufe per il riscaldamento, le caldaie della cucina ed altro.
Comandante della nostra ala era un colonnello d’aviazione, molto giovane, prossimo generale. Avrà avuto circa 45 anni. Sulla sua giacca c’erano numerosi nastrini, tra i quali alcuni azzurri. Era di media statura e molto tarchiato. Questo ufficiale era stato abbattuto in volo da uno Spitfire. Si salvò miracolosamente col paracadute, ma cadde in mezzo allo schieramento inglese e fu fatto prigioniero.
Un giorno il colonnello mi chiamò emi disse che sul nostro recinto gravava un addebito di 40.000 rupie, conto che bisognava in qualche modo ridurre od eliminare.
C’erano varie riparazioni da fare alle vasche, alle porte, agli infissi; la maggior parte delle stufe era ridotta a pura lamiera; le camicie di refrattario erano state asportate o ridotte in cocci, e altro ancora. Così risposi che avrei potuto provvedere facilmente alla loro sistemazione, purché avessi avuto a disposizione del materiale adatto.
Il colonnello mi fece fare una lista del fabbisogno che puntualmente mi consegnò. Mi rimboccai le maniche emi diedi da fare. A mia disposizione avevo una bella staff di soldati muratori e falegnami, con i quali eseguii tutti i lavori che durarono circa un anno.
Il colonnello allora convocò un’ispezione inglese. Venne un maggiore del Genio con due subalterni. L’esito fu positivo, insperato, al di là delle nostre previsioni. L’addebito fu completamente annullato. Il nostro comandante di ala era fuori di sé dalla gioia, mi chiamò e mi disse: “Andrich, io ti premierò!”. Mantenne la promesse. Infatti, rimpatriai con il primo scaglione di prigionieri.
Montagne
Facevo lunghe passeggiate giornaliere. Avevo firmato una carta nella quale mi impegnavo di non scappare. Se avessi approfittato sarei andato a finire sotto la corte marziale. Tocchiamo ferro!
Di solito praticavo il Nodrani, la montagnola più vicina a noi. Avrà avuto dai 2300 ai 2500 metri di quota. Lungo i suoi viottoli si incontravano molti portatori indiani. Gli indiani, di solito, sono di natura assai mite e talvolta si poteva conversare con loro, con gesti o con qualche parola inglese.
Nervosismo
Ritornavo da quelle passeggiate rinvigorito e assai più sereno. Nel campo invece si respirava costantemente un’aria di nervosismo, di malumore e di desolazione. I primi tempi pensavo che vivere in cattività ci facesse diventare più sensibili, più buoni, più umani. Ho dovuto ricredermi. Dopo un paio d’anni di vita dentro il reticolato, l’uno non sopportava più l’altro. Andò a finire che ognuno si era trincerato dentro lenzuola e coperte, per non vedere l’altro. Una situazione davvero pericolosa in quanto porta alla pazzia, come è accaduto frequentemente nei nostri campi.
Escursioni rasserenanti
La passeggiata, dunque, era una reazione a tutto questo, il toccasana per non restare contagiati. Gli inglesi, gente malto sportiva, ci spronavano a queste cose. Nell’estate 1944, in una giornata di fine giugno, facemmo un’escursione sulle montagne che durò 15 giorni. Assieme ad una squadra si raggiunse il passo Andrar, a quota 5300 metri. Il tempo era meraviglioso: non un cirro di nubi, in cielo, né un pelo di vento. Ci fermammo sul Passo a riposarci e a goderci lo spettacolo. Al di là, a nord, picchi, guglie luccicanti di neve, montagne ed ancora montagne da non finire, altissime, dove la neve imperava da padrona.
Più in alto, ancora, troneggiava un colosso con la cima coperta di nubi: l’Himalaia. Ci fermammo un be! pezzo guardare quelle meraviglie. Poi ci buttammo di là, giù a rotta di collo, dentro un canalone di neve, finché si toccò un’altra valle.
Ad un certo punto si parò davanti un fitto bosco. Ci apparvero alberi secolari, abeti che alla base misuravano dodici bracciate, scavando nel loro tronco si poteva ricavarne una stanzetta.
Percorremmo la valle secondo la sua direttrice. Il giorno dopo ci imbattemmo in una tribù di nomadi e ci fermammo là per qualche giorno.
La città santa
Non ho mai visto gente con lineamenti così puri, con corpi così forti ed armoniosi. Le donne, mentre camminavano, sembravano danzare; i vecchi, alti di statura, con una faccia ascetica, sembravano profeti.
Dopo un paio di giorni riprendemmo il camino. Si raggiunse Bramaur, la cosiddetta Città Santa. Questo era un agglomerato di caselli di legno, ognuno dei quali aveva scolpito davanti alla porta dei mascheroni di figure fantastiche, in grandezza naturale. Qui quasi ogni notte si radunavano gli anziani del paese, nell’una o nell’altra casa: si recavano negli angoli più remoti dell’abitazione per scongiurare escacciare gli spiriti malvagi, emettendo urla e battendo con catene sulle pareti.
Un the costoso
Il giorno successivo due dei nostri compagni di escursione ebbero l’infelice idea di predisporsi a fare il the appoggiati sul muro chiamato dagli indiani pagoda. Il tetto di questa specie di casello era ricoperto da lastre di ardesia. Sopra il tetto giacevano dei rami secchi di abete. Un nostro collega, un sottotenente romano, allungò le mani su uno di quei rami per impossessarsene. In questa operazione smosse una di queste tegole che, rotolando, venne a colpirlo nel bel mezzo del piede, creandogli un taglio molto profondo. Il giovane svenne enoi, che eravamo nelle immediate vicinanze, accorremmo per prestare soccorso. Per prima cosa facemmo a brandelli le mutande che avevamo addosso, con le strisce ricavate lo medicammo, indi con corteccia di betulla legammo il piede a mo’ di ingessatura. Intanto il giovane era rinvenuto e strillava come un’aquila. Gli indiani, superstiziosi, si rifiutarono di aiutarci perché dicevano che noi eravamo degli infedeli e che avevamo profanato il loro Tempio.
Si allestì, come si poteva, una specie di portantina e, mortificati, si riprese la via del ritorno, portandosi appresso il nostro infelice compagno. Due dei nostri compagni di spedizione partirono per Yol per avvertire un nostro medico. Noi intanto avanti, avanti portando a turno l’infortunato. Non vi dico l’odissea di quel ritorno. Gli indiani del posto ci avevano annunciato che il grande spirito avrebbe fatto morire il giovane prima di raggiungere il Passo. E guai a chi lo avesse aiutato.
Temporale
Scarogna volle che, durante questo ritorno, scoppiasse un uragano di inaudita violenza: fulmini da non finire davanti e dietro a noi, acqua che scendeva a catinelle. Imbestialiti come eravamo ce la prendemmo con un maggiore che faceva parte della nostra spedizione. Costui aveva gran fama di essere uno iettatore. Noi, accecati dalla pioggia, con questa portantina appresso, diventati forse anche noi un po’ superstiziosi. ci si mise a gridare villanie all’indirizzo di questo maggiore, il quale, poveretto, correva sempre più lesto davanti a noi.
Dopo una settimana circa spuntarono i nostri due compagni assieme al chirurgo italiano. Era questo un giovane con un gran barbone e con due gambe da marciatore. Prontamente fece mettere l’infortunato vicino ad un grande sasso, tolse le bende di fortuna, levò da una borsa i ferri e, a freddo, lo operò. La ferita si stava tramutando in cancrena. In seguito, venni a sapere che era stato salvato da morte sicura, ma che restò zoppo per tutta la vita.
Tornammo nel campo di Yol tristi e mortificati.
Arrivarono le grandi piogge. Forzatamente ci ritirammo nelle nostre baracche. Ormai ci era preclusa la nostra uscita al di fuori del reticolato per circa tre mesi.
Le piogge
Le grandi piogge, lassù da noi in montagna, duravano appunto circa tre mesi. Questo era il periodo più triste dell’anno. Sulle nostre baracche picchiava la pioggia giorno e notte.
Gravava la nebbia, come una cappa di piombo, e l’umidità impregnava dentro e fuori tanto da mozzare il respiro. Tutto ammuffiva in quel periodo: il pane, la pasta, i ceci. I famosi ceci che si consumavano tutte le sere a cena. Perfino gli stessi prigionieri prendevano la muffa e marcivano. Eravamo grondanti sempre di un sudore molliccio. Gli insetti si raccoglievano dentro le baracche, sia coleotteri che zanzare e mosche, per non parlare dei topi, topi giganti che di notte si ammassavano sulla soffitta ecorrevano da una testata all’altra, facendo un baccano indiavolato. Ancora di notte gli sciacalli attraversavano a frotte il campo, mandando lugubri ululati. La nostra salute psichica efisica era particolarmente insidiata: quanti pazzi in questo periodo! Spesso, al mattino, recandoci al gabinetto, si trovava un corpo penzolante, con al collo una cordicella o la stessa cintura dei pantaloni. La bocca era aperta, la lingua fuoriusciva, gli occhi sbarrati fuori dalle orbite. Era una vista macabra, raccapricciante.
La posta arrivava assai di rado ed in genere con notizie tristi. Tutto insomma congiurava alla nostra distruzione.
Quando si soffriva d’insonnia, per noi normale in questa stagione, ci si radunava, per ammazzare il tempo, ora nell’una ora nell’al-tra baracca.
Il pendolo
Io mi dedicavo ad esperimenti col pendolo. Una sera venne da me un amico con una fotografia di un’avvenente signorina, sua fidanzata dei tempi di pace, e mi fa: “questa è viva, morta o già sposata?”
Il momento era scabroso, comunque tirai fuori questo pendolo, misi la foto sul tavolo ecominciai. Il pendolo andava ostinatamente da destra a sinistra, in maniera molto visibile, con un ampio arco negativo. Vidi al mio collega inumidirsi gli occhi. Allora io dissi: “non ci badare, il pendolo èinavvertitamente influenzato dalla nostra volontà, solo un dubbio e questo obbedisce”. Ma il mio collega non era convinto e quella sera se ne andò via molto triste.
Così avanti ogni giorno, in un clima di malessere fisico e di un pessimismo ed abbattimento morale infinito.
Seconda primavera
Cessarono le grandi piogge, cessò l’insidia degli insetti; tornò il bel tempo e la seconda primavera, quella autunnale. Per me in quei paraggi è sempre stata la più bella. I mesi di ottobre, novembre e dicembre sono i più limpidi, miti ed asciutti dell’anno. Si rincominciò a sciamare fuori del reticolato e ad arrampicarsi sui costoni delle· montagne vicine. Sulle guance tornò il colore, il respiro si fece più regolare, si ripresero le nostre attività.
Mussolini
Due parole adesso su ciò che accadde da noi nella data storica 25 luglio 1943.
Si notava nel campo un movimento insolito: inglesi che andavano e venivano, degli operai sotto la guida inglese che potenziavano gli autoparlanti lungo il reticolato. Un bel giorno, era i1 25 luglio del ’43, una voce esplose da questi grossi imbuti e ci comunicò la grande novità che scombussolò i prigionieri di Yol.
Insorsero discussioni tra i POW. C’è chi la vedeva cruda e chi cotta; battibecchi da non finire. Intervenne l’alto comando inglese. Andò a finire che separò i POW.
Ma perché tanta cagnara?
Eravamo fuori dall’Italia, dalle notizie del mondo da anni, dimenticati da tutti, ridotti ad un branco di poveri diavoli, senza diritti, alla mercè degli altri: che cosa potevano fare questi poveri illusi? Starsene lì cheti e continuare a lavarsi le mutande? Ma non era così.
L’annuncio del ritorno
Questo continuo agitarsi nel nulla per me era deterrente. Io non mi mossi e continuai a rimanere all’ala 5 del campo 27, fino al giorno del mio rimpatrio. Si era verso i primi del mese di aprile ’46. Ritornavo quel giorno dal Nodrani, passeggiata giornaliera, quando, giunto al campo, incontrai un mio amico, il quale mi disse: ‘Tu sei uno dei fortunati, sei elencato sulla nota dei rimpatriandi.
Di corsa e pieno di emozione mi recai all’Albo e vidi il mio nome esposto sull’avviso. Quella notte non dormii.
I giorni successivi gli occupai nei preparativi. Una bella mattina gli autocarri ci caricarono e ci portarono alla stazione più vicina. Là un treno con numerosi vagoni ci attendeva. Salimmo e via a ritroso di quel viaggio che si era fatto alcuni anni prima. La solita foresta vergine con tutte le sue meraviglie fantastiche. Il nostro pensiero fisso era la casa, l’Italia. Si raggiunse Bombay. Primo viaggio, dunque, dalle propaggini dell’Himalaia al mare.
Là ci attendeva la nostra nave. Partimmo alla volta di Napoli. La traversata fu ben diversa dalla precedente: non c’era più coercizione. Si poteva rimanere a giacere in coperta, vi era molto spazio ed il cibo era scarso ma mangiabile.
Napoli ferita
Si sbarcò a Napoli il giorno dopo Pasqua. Al porto ci accolse un generale italiano con la fanfara, la quale si mise a suonare e a farci festa. Rividi Napoli dopo sette anni di assenza. Non era più la bella ed allegra Napoli di allora ma una città piena di ferite, bombardata, con edifici mezzi crollati o distrutti, macerie ovunque. Che tristezza, che desolazione!
Ci avviarono al Comando Tappa. Là, dopo un frugale pasto, pernottammo. Il giorno successivo si passò agli uffici. Uno sciame di signorine ci venne incontro. Erano tutte dattilografe di quel Comando e solerti si misero a disposizione per scrivere a macchina i nostri rapporti.
Bisognava dichiarare come, quando e dove eravamo stati catturati. Sbrigate queste formalità, ci permisero di andare in libera uscita. Che desolazione per le vie della città! Gli. abitanti che incontravamo erano vestiti di stracci e sul loro volto c’erano scritti i segni della miseria. Una vista di desolazione dappertutto. Verso sera rientrammo al nostro comando: una frugale cena e dopo tutti a nanna. Il giorno dopo ci accolse, uno per volta, un vecchio colonnello, consegnò ad ognuno: di noi una somma di denaro e ci congedò, porgendo i suoi auguri. Mi recai alla stazione dove trovai un gruppo di ex prigionieri veneti che pure cercavano un treno per il nord. Mi aggregai a loro. In quell’epoca trovare un treno era davvero un problema. Finalmente si riuscì a pescare una tradotta. Montammo su un carro bestiame; buttati sul pavimento viaggiammo per tre giorni, attraversando in lungo tutta l’Italia. Quanto era bella l’Italia! Eravamo a primavera e da sud a nord, ovunque, era un immenso giardino che sbocciava. Non me ne ero mai accorto prima.
Finalmente a casa
Arrivai a Belluno e, con la corriera, raggiunsi il mio paese sperduto in mezzo alle Dolomiti.
Alla fermata mio padre mi attendeva. Pieni di commozione ci abbracciammo. Sembrava enorme il tempo che non ci si vedeva. Ero invecchiato anzitempo; avevo un viso solcato da profonde rughe.
Ma la tragedia vera era per quelle famiglie i cui figli non avevano più fatto ritorno.
Valentino Andrich
Pubblicato su l'”Amico del Popolo” in tre puntate (n. 15 del 11/4/1987); n. 16 del 18/4/1987; n. 17 del 25/4/1987).

