Dall’Egitto all’India: storie di prigionia

Verso le ore otto venne una lunga fila di autocarri, ci caricarono tutti e ci portarono verso est. Eravamo talmente ammassati su quegli automezzi: tutti in piedi, come bestiame, addossati gli uni agli altri. Fu una tortura quel viaggio. A questo si aggiungeva il tormento della notte precedente trascorsa sotto un diluvio di acqua: affamati, all’addiaccio, nel freddo. Gli autocarri volarono via con il loro bottino di prigionieri.

Dopo un viaggio così disumano, durato dalle 5 alle 6 ore, ci scaricarono nei pressi di Marsa Matrouh in un grande recinto, dove sorgevano colossali baraccamenti. Truppe indiane venivano addestrate da sottufficiali britan­nici all’assalto alla baionetta; davanti ad una fila di pupazzi penzolan­ti a degli spaghi, i soldati partivano uno dietro l’altro di corsa e col­pivano con un colpi di baionetta quei fantocci di cartapesta.

Ci fecero sedere per terra e ci portarono una specie di rancio: un in­truglio di roba che noi, affamati come eravamo, divorammo subito. Verso sera ci portarono al capolinea della ferrovia, ove parecchi carri bestia­me ci attendevano.

Ci fecero salire e sprangarono le porte. Vedendo l’interno capimmo che questi vagoni erano predisposti per un lungo viaggio: c’erano casse di gallette salate, taniche piene di acqua potabile e, nel centro del vagone, un grosso mastello pieno d’acqua per i propri bisogni. Tutto at­torno, ammassati per terra, noi prigionieri.

Acque buone

Mi buttai subito con ingordigia sulle gallette, erano salate ma buone, e successivamente su una tanica d’acqua. Non volevo crederci, non era sala­ta cane quella che da mesi si beveva sul deserto, salmastra, dura che a berla pareva di ingerire piombo. Questa era leggera, buona, davvero pota­bile: erano mesi che non bevevo un’acqua simile. Mi sembrava di sognare. Con avidità bevvi, bevvi finché fui sazio; poi gallette ancora.

Intanto davanti a quel grosso mastello si avvicendavano i prigionieri, un po’ riluttanti e vergognosi di dover fare i propri bisogni fo pubblico. Venne il turno di un tenente dei bersaglieri: era un uomo assai tarchiato, possente di corporatura, dalle gambe arcuate, sempre in vena di facezie anche nei momenti più tristi. Lo vidi salire con naturalezza sul mastello, calare i pantaloni disinvolto e ridendo ci disse: “Io farò l’uovo più grosso di tutti e quindi mi spetta un premio”. Finì calmo l’operazione in mezzo alle sghignazzate di tutti noi.

Il giorno dopo arrivammo vicino ad Alessandria d’Egitto e ci portarono in un grande accampamento. Ci sistemammo in una tenda stipati come sardine e verso sera ci coricammo vestiti nella nuda sabbia: la notte era molto fredda, come di consueto nel deserto in gennaio.

Malattie

Nella tenda eravamo in dodici. Ad un tratto, saranno state l’una o le due di notte, fui assalito da stimoli paurosi. Mi alzai di soprassalto e, sca­valcando nel bui o i corpi dei miei compagni, mi precipitai di corsa nel gabinetto alla periferia del campo. Era questo una lunga trincea scavata nella sabbia. Lì indugiai; la sentinella posta nella garitta di fronte si innervosì al punto tale che mi puntò il fucile. La notte era fonda. Ero tutto imbrattato da cima a fondo da grumi di sangue. In quel momento percepii tutta la mia miseria e scoppiai in un dirotto pianto.

Trascorsi il resto della notte in un continuo va e vieni tra tenda e ga­binetto. Ero sfinito. Ero pallido, smunto, giallastro. Al mattino chiesi un medico. Questo venne, mi visitò e diagnosticò: enterocolite a sangue con itterizia e deperimento organico. Ordinò l’immediato ricovero in ospedale.

Là, incredibile, mi pareva di sognare: mi misero su una brandina, con un materasso di lana. Era da più di un mese che non vedevo materassi. Caddi sopra sfinito e chiusi gli occhi.

Mi diedero cure e mi imposero il digiuno più assoluto. Il reparto dove ero ricoverato era misto, comprendeva feriti di guerra e degenti per altre malattie. Vedevo la maggior parte dei feriti, che erano in grado di alzarsi, mettersi a tavola a mangiare. La tavola era ben imbandita: the, latte, marmellata, uova, carne. Io con occhi allucinati guardavo tutto quel ben di Dio che a me era proibito. A me solo una tazza di nero the.

Trascorrevo il mio tempo dormendo, sfinito, sul materasso. Una mattina, sarà stato di domenica, venne nel nostro reparto un prete americano e celebrò la Messa. Finita la cerimonia mi si avvicinò, si chinò e delicatamente mi aprì le palpebre, capì che ero vivo, mi fece una lieve carezza e se ne andò.

Vinta la crisi

Dopo alcuni giorni, superai la crisi: un mattino mi alzai vispo e desideroso di moto. Corsi in cucina, incontrando una “sisterche mi guardò stupefatta. Misi mano a tutto quello che trovai e, finalmente sfamato, da quel giorno ritornò sulle mie guance il colorito roseo. Bisognoso di agire, di muovermi, iniziai a darmi da fare: andavo al capezzale di ogni ammalato a vuotare il portacicche, ramazzavo il reparto e facevo altre piccole cose.

Questa pacchia, però, durò poco. Dopo neanche due settimane fui dimesso con altri sei POW (Prisoners of War, ossia prigionieri di guerra). La mattina di quel giorno, sarà stato il 20 gennaio, fummo radunati in un cortile dove ci riconsegnarono i nostri vecchi stracci. Arrivò una camionetta guidata da una giovane donna con divisa da ausiliaria dell’esercito inglese, che ci trasportò al campo dei prigionieri vicino ad Alessandria d’Egitto.

La miliziana era molto carina e gentile. Ci offrì a tutti sigarette. Ci disse che era polacca. Ci disse ancora che era fuggita dal suo paese al tempo dell’invasione tedesca e si era arruolata come ausiliaria nell’esercito inglese.

Una partita di calcio

Arrivati al campo POW, io, l’ing. Polastri di Milano e il genovese rag. Ettore Girardengo ci sistemammo i n una piccola tenda a tre piazze, cane al solito nella nuda sabbia. Fortuna volle che incontrassimo nel recinto adiacente il nostro furiere, che si premurò di farci avere alcuni assiti di legno.

Ingannavamo il tempo a raccontarci le nost.re disavventure e a raccontarci storielle. La gioventù, si sa, è piena di risorse. Un giorno si organizzò dentro il nostro recinto una partita di palIone. Il “quartierma­stro” del nostro recinto era un tifoso patito e Girardengo un ottimo giocatore. Durante la partita quest’ultimo fece finta di sbagliare il pallone e diede un fortissimo pedatone sul di dietro del quartiermastro. Costui si voltò come una iena, ma il gioco è gioco, sono gli incidenti del mestiere ed il quartiermastro se la dovette intascare.

Ancora più ad est

Dopo circa un mese di permanenza in quel campo provvisorio venne di tenersi pronti ad essere trasferiti ad altra destinazione. Giunsero i soliti autocarri, ci caricarono cane sardine in scatola, e via più ad est.

Il nuovo campo, più attrezzato del primo, era in una località desertica chiamata Geneifa, nel pressi di Ismailia, vicino al canale di Suez. Di lì si poteva vedere da lontano il canale, con le navi che facevano rotta verso il Mediterraneo e le navi che scendevano verso il Mar Rosso.

Il campo era formato da tendoni giganti, e disponeva di brandine e mate­rassi. Io, un sottotenente calabrese ed un tenente effettivo della poli­zia ci sistemammo in un tendone dove già alloggiavano due tenenti colo­nelli ed un maggiore, anch’essi prigionieri dell’Africa Orientale.

Il “mago” catturato

Il più’ scorbutico era uno dei tenenti colonelli, che si dava arie da superuomo. Parlava sempre di censo e pretendeva che noi stessimo sempre in religioso silenzio ad ascoltare le sue minchiate. Aveva pure la erre moscia! Era verboso, insulso, e soprattutto pretendeva di mantenere le distanze. Noi tre, neanche a farlo apposta, sommessamente sghignazzavamo di quello che diceva e lo chiamavamo “il mago”. Fin che un bel giorno si accorse che lo prendevamo in giro. Allora escogitò la trovata super: legò attorno al suo letto una serie di coperte e si chiuse dentro, at­tendato in una tenda in mezzo alla tenda.

Questo eccitò ancor di più la nostra vena scherzosa. “Guarda il mago che si è sistemato a difesa del caposaldo” dicevamo, e all’esterno della coperta facevamo dei segni scorretti. Un bel giorno il mago si arrese, buttò via tutte quelle coperte e ritornò tra noi comuni mortali. Così commentammo l’avvenimento: “Il mago si è arreso, lo abbiamo catturato!”. Tutto andava bene per imbrogliare la tristezza della prigionia.

Ginnastica e chiacchiere

Il sottotenente calabrese, che da civile era un valente professore di ginnastica, faceva con impegno e passione il suo mestiere. Allestì una squadra, della quale anch’io ero alunno, ed ogni mattina conduceva un’ora di esercizi. Mi accorsi con il tempo del beneficio che traevo da quella ginnastica: avevo fatto un bel corpo armonico, con petto e spalle vera­mente vistosi.

Si avvicinava la primavera, e il caldo del 3sto sì faceva sentire. Nelle tende i POW stavano tutto il giorno sdraiati, un vero carnaio, e si raccontavano le cose più inverosimili.

Tobruk

In giugno Tobruk fu riconquistata. La divisione Ariete inseguiva gli inglesi a sud, nel deserto. Il corpo di spedizione inglese era ormai sbaragliato, in rotta, e gli inglesi residenti ad Alessandria facevano ormai fagotto. La divisione Ariete si era spinta talmente avanti che mancò poco che arrivasse anche da noi. Tutta la spinta offensiva ad un tratto si esaurì: per mancanza di carburante, restò arenata in pieno deserto. Diede così tempo agli inglesi di accorrere nuovamente con mezzi e carburante, di ricostituirsi e di ripassare all’offensiva. E noi continuammo a restare prigionieri.

Un cugino bellunese

Oltre il nostro reticolato c’era un campo di prigionieri civili. Un giorno vidi passare in quel campo un uomo lungo in pigiama. Lo riconobbi subito, era un mio cugino che faceva il piccolo imprenditore a Tobruk. Lo chiamai e mi rispose. Più tardi andai in quel campo e ci riabbracciammo, raccon­tandoci a vicenda le nostre disavventure.

C’era nel mio campo anche un capitano medico di cui ora mi sfugge il nome. Quando io ero ragazzo, costui faceva il medico condotto nel mio paese, ed era amico di mio padre. Era un uomo altamente umano, che aveva fatto tanto del bene al mio paese, un vero missionario.

Orologio in cambio di pasti

In prigionia io avevo salvato un bel orologio con il quadrante nero, fo­sforescente, acquistato a suo tempo a Napoli. La razione di viveri che ci passavano gli inglesi era assai scarsa, pensai dunque di vendere questo orologio. Il capitano medico, penso con l’intento di aiutarmi, me lo domandò a qualsiasi prezzo. I medici delle convenzioni internazionali di allora facevano parte della Croce Rossa, per cui percepivano lo stipendio anche se prigionieri: lo stesso stipendio di quando erano in servizio, ossia molto alto. Potevo chiedergli anche mille piastre e lui me le avrebbe date: ma in fondo mi dispiaceva disfarmi di quellorologio e ter­giversai alquanto. E intanto quel medico fu trasferito in un ospedale per POW.

La mia fame continuava a crescere, solo allora mi decisi a vendere questo orologio. Lo cedetti al cappellano militare del mio campo; era questo un friulano e mi ricordo che me lo pagò al prezzo profumato di 300 piastre. Con quei soldi arrotondai i pasti per ben un paio di mesi

Ordine di trasferimento

Verso fine luglio venne l’ordine di trasferimento ai campi permanenti dell’India.

Una mattina ci incolonnarono tutti e, sotto un torrido sole, ci fecero attraversare una zona dell’Egitto. Ricordo ancora adesso, ai fianchi del­la nostra colonna, una moltitudine di popolo a noi ostile, che alzava le mani con il pollice rivolto all’ingiù. Solo passando davanti a un grande fabbricato, che penso sia stato un ospedale, vidi affacciarsi dalla finestra due persone che ci rivolsero le mani verso l’alto, come per dire “coraggio!”. Dal loro modo di vestire suppongo fossero due suore.

Nella tarda sera toccammo il Canale di Suez. Era la fine di luglio del 1942. Lì ci misero in un recinto, in attesa di imbarco. Ci preparammo una tanica di the e lo bevemmo senza zucchero, tanta era l’arsura che avevamo addosso, poi mangiammo alcune gallette che ci eravamo portati appresso. A mezzanotte l’acqua dell’idrante del campo era ancora bollente, tanto era stata torrida quella giornata di luglio.

Al mattino la nave era lì ad attenderci. Una specie di gigantesco barcone antidiluviano. In tempo di pace serviva a trasportare pecore tra Porto Said ed il Mar Rosso, in una zona arida, depressa, squallida e priva di vegetazione, dove il sole d’estate domina da vero padrone. Il padrone della nave era un irlandese, un uomo rossiccio di capelli, piuttosto basso di statura e con una faccia da pirata. Aveva ricevuto un appalto dal governo britannico per il trasporto dei prigionieri.

Dunque, ci imbarcammo su quel legno nella mattinata, sotto un sole che picchiava torrido. Durante l’imbarco ci fu chi svenne. Noi subalterni fummo confinati giù nella stiva, al piano di sopra i maggiori e i colonelli. Sopra ancora, lo staff della nave, le guardie e un battaglione di colore che si era ammutinato in guerra e che perciò era condannato alla fucilazione.

Nella stiva

Relegati nella stiva, noi dovemmo organizzarci in qualche modo: eravamo tanti, addossati l’uno all’altro, un tavolaccio ogni 12 persone. Attaccammo al soffitto tutte le amache che trovammo. Per dormire, chi sulle amache, chi sui tavoli, chi sulle panche; i corridoi erano poi così zeppi che, per andare al gabinetto, bisognava scavalcare con fatica una selva di corpi seminudi ed ingombranti.

Un puzzo breve e ripugnante aleggiava tra di noi, in mezzo ad un afa stagnante che ogni giorno diventava più opprimente. Ci sembrava di essere degli ergastolani, gente senza diritti alla mercé di padroni che avrebbero potuto fare di noi tutto ciò che avessero voluto. In altre parole, quello che si usa dire “carne da cannone”. Eravamo sempre grondanti: una lama d’acqua avvolgeva costantemente i nostri corpi, quando si mangiava quella repellente brodaglia che ci portavano.

Dalle nostre bocche uscivano i discorsi più inverosimili. Alla sera giocavamo anche a carte, addirittura a giochi d’azzardo come poker, scala quaranta e altro, puntando somme favolose che naturalmente non avevamo. Allora, pronti carta e matita a sottoscrivere gli impegni. Per un nonnulla scoppiavano liti furibonde: eravamo tutti con i nervi tesi, pronti ad aggredirci l’uno all’altro per bazzecole, ridotti ormai al livello di animali.

L’oceano

Quando si raggiunse l’Oceano Indiano ci permisero di uscire sul ponte per una boccata d’aria. Alle quattro di mattina i POW erano già in fila ai piedi della scaletta per essere i primi ad uscire, e spesso si scatenavano liti a non finire per il posto: sul ponte lo spazio era infatti limitato, e chi arrivava per ultimo era costretto a rimanere per tutto il tempo in piedi.

Nel frattempo, l’aria era un po’ cambiata. Sul mare si incrociavano grandi onde e vedevamo pescecani che volteggiavano facendo delle capriole. Punto ogni tanto affioravano spalancando le loro paurose fauci. Di solito io ero uno degli ultimi ad arrivare sul ponte: mettermi in ressa con gli altri proprio non mi piaceva. Durante il tempo di libera uscita andavo su e giù per il ponte e ogni tanto mi accadeva di spintonare involontariamente i miei colleghi di cattività, facendoli arrabbiare.

Un giorno si tapparono lavandini e gabinetti. L’acqua che continuava a correre dai rubinetti aveva ormai creato nei locali un metro d’altezza d’acqua, nella quale navigavano fitte e incontrastate le feci. E noi, seminudi, ad accorrere ai lavandini, a pulirsi la gavetta.

Orribile era il pane fatto con sacchi di farina caduta in mare e poi ripescata: quando lo si mangiava, si sentiva sotto i denti uno strano scricchiolio di sabbia. Quella brodaglia di minestra condita con olio di cotone era fatta in marmitte mai lavate che puzzavano. Un bel giorno ci rifiutammo tutti di mangiare. Il nostro digiuno durò fino allo sbarco. Chi sbocconcellava qualche galletta che si era portato appresso, Chi apriva una scatoletta rimasta da Geneifa, chi non mangiava proprio niente del tutto. Si navigò in queste condizioni per 17 giorni.

Bombay

Toccammo terra al porto di Bombay: città cosmopolita, piena di pagode, di minareti e di straccioni, morti di fame. Scendemmo finalmente da questo legno ossessivo e fummo caricati su un treno con molti vagoni. Qui le cose cambiarono: c’era posto da sedere per tutti e ci portarono the e latte, che meraviglia, perfino zuccherati! C’erano anche gallette salate, ma buone. Cominciammo a respirare: eravamo ridotti a larve di uomini.

Si viaggiò tre giorni e tre notti su quel treno.

Attraversammo foreste vergini, ove la scure dell’uomo non aveva mai messo piede; sotto tunnel di verde vegetazione; in mezzo ad un baccano di scimmie che arrivavano sul tetto delle nostre vetture, di pappagalli dai mille colori che facevano uno strepito indiavo­lato, e da miriadi di altri uccelli. Un mondo arcaico del tutto nuovo per noi. Stavamo incantati a guardare gli alberi secolari. Scoppiava dappertutto l’estate tropicale.

Nel campo, a Derhadun

Si arrivò così a Derhadun, prima tappa indiana. Ci avviarono al nuovo campo di concentramento, non molto distante dalla stazione di fermata. Alcuni di noi presero alloggio in uno squallido e immenso baracco­ne. Le prime notti dormimmo per terra, poi ci portarono brande e materassi.

Ricordo che per terra, vicino a me, dormiva pure un giovane sotto­tenente. Aveva la febbre e, tra un rantolo e l’altro, tossiva con­vulsamente. Al mattino presto avvertii il medico italiano che pre­stava servizio nell’ospedale dei POW, il quale venne subito, lo visitò e lo fece portar via d’urgenza. Non ho più avuto notizie di questo ragazzo.

Nel mio soggiorno a Derhadun occupavo l’ala n. 5 del campo, di recente costruzione e periferico, circondato da foresta con al­beri giganteschi e pieni di fogliame.

In questo recinto tutti i prigionieri si davano da fare: chi zap­pava la terra e faceva gli orti, chi perfezionava le strade interne. Io costruii una gradinata in mattoni, poiché la nostra baracca si trovava circa un metro e mezzo al di sotto del piano stradale, e poi un grande arco di cemento davanti alla baracca stessa. Naturalmente mattoni e cemento erano regolarmente rubati al capo­mastro indiano, che stava finendo i lavori all’interno del nostro recinto.

Intanto il tempo passava. Verso il mese di dicembre fui coinvolto da un gruppo di compagni POW, per tentare la fuga dal campo. Il lavoro per scavare un tunnel sotterraneo durò all’incirca tre mesi.

Ma di questo ne parliamo in un altro racconto.

Valentino Andrich
Pubblicato su l'”Amico del Popolo” in quattro puntate (n.11 del 14/3/1987); n.12 del 21/3/1987); n.13 del 28/3/1987 e n. 14 del 4/4/1987)

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